UNA TRAPPOLA CHIAMATA CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

Vi siete mai sentiti intrappolati in qualcosa che non vi sta più bene? Quella sensazione di qualcosa che ti sta stretto? Quando una relazione o un lavoro o la tua vita in generale inizia a darti fastidio? E tu sei lì, incatenato a quella situazione e non c’è niente o nessuno che possa fare qualcosa se non te stesso?

Beh, io non so se vi sia mai capitato ma a me sì. Lo sto vivendo ora, in questo preciso momento della mia vita.  La situazione che mi sta stretta è quella lavorativa. Sono arrivata a un punto in cui basta una goccia per farmi sbroccare.

Per chi non lo sapesse io lavoro per una grande catena di abbigliamento italiana e la mia filiale è all’interno di un centro commerciale. Ma tolto il lavorare le domeniche e i festivi su cui potrei parlare per ore, il vero problema è che è proprio il lavoro che non mi piace più o più che altro non mi dà più nessun senso di soddisfazione e non mi fa sentire realizzata.

Ma partiamo dall’inizio: il 29 marzo 2012 vengo assunta in questa azienda. Avevo 20 anni appena compiuti e tanta voglia di imparare qualcosa di nuovo. Mi viene offerta questa opportunità e la colgo al volo. L’anno dopo conosco Dario e beh nel giro di pochi mesi la mia vita cambia e anche le mie aspirazioni di vita. Un contratto fisso e la voglia di fare famiglia mi mettono più gola che cercare un nuovo lavoro, un lavoro che possa piacermi di più.

Nasce Ricky. Nasce la Ludo. E io ora sono qua a pensare che sono contentissima di avere un lavoro part time che mi permette di passare molto tempo con i miei figli. Ma quando i bambini saranno grandi e non avranno più “bisogno” della loro mamma come ne hanno ora? Io cosa farò? Avrò un lavoro che mi sta stretto, lo stesso lavoro che ora mi faccio andare bene perché mi dà la possibilità di godermi i miei piccoli, ma che non so per quanto mi farò andare ancora bene. Detto in parole povere: l’idea di piegare magliette per il resto della mia vita mi crea un certo senso di soffocamento.

Io lo so cosa state pensando. “Eh certo con tutti quelli che non hanno un lavoro lei va a sputarci sopra!” ma credetemi che non è così. Io ringrazio di avere un lavoro e ringrazio le persone che hanno creduto in quella ragazzina di 20 anni e le hanno dato la possibilità di imparare un mestiere, li ringrazio ogni giorno. Ma avete presente quando si dice alla fine di una relazione “non sei tu, sono io”? Ecco quello è il mio caso. Non è il lavoro il problema, ma sono io. Sono io che sono in una fase di transizione in cui mi sto facendo mille domande, in cui sono pensierosa e in cui soprattutto ho iniziato davvero a pensare al mio futuro. Ma il futuro quello vero: quello in cui i miei figli saranno grandi, quello dove io avrò un sacco di capelli bianchi, quello dove vorrei prendere lo scooterone e andare al mare con mio marito per goderci i primi caldi di maggio, quello dove starò sveglia fino a tardi perché i miei figli sono in discoteca. Quel futuro, quello lontano, non quello del prossimo anno. Eh beh io in quel futuro non riesco a vedermi con la mia divisa e il mio badge al collo a piegare magliette e a proporre le tessere del negozio. Io non mi ci vedo proprio.

E chiedo scusa a tutti quelli che non hanno un lavoro, chiedo scusa se vi sentite offesi, chiedo scusa se posso sembrare presuntuosa. Però sono nata così, sono nata ambiziosa e non è giusto che in un mondo come quello in cui viviamo non ci sia neanche la possibilità di pensare “ok, voglio cambiare lavoro”. Non è giusto che io mi senta dire “ma il tuo più grande sogno era quello diventare mamma, accontentati”. Non è giusto che io mi debba accontentare. Non è giusto che io rinunci ai miei sogni perché un posto fisso non lo trovo da nessun’altra parte. Non è giusto tutto questo e basta!

Io non so se mai un giorno avrò il coraggio e la forza di lasciare il lavoro, non so se mai realizzerò i miei sogni, non so se rimarrò a piegare magliette per sempre, non lo so. Ma quello che so, quello che so per certo, è che ho dei sentimenti e quei sentimenti devo tirarli fuori perché fortunatamente abbiamo ancora la libertà d’espressione (forse) e che se quei sentimenti li tengo dentro io so che mi sentirò ancora più intrappolata in qualcosa che non mi appartiene più.

Ma allora la soluzione qual è? È più facile di quella che penso o no? Rischio o resto in zona sicura?

Queste sono le mille domande che io mi pongo almeno un centinaio di volte al giorno.

Se voi avete una risposta, ogni consiglio è ben accetto!

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