CATAPULTATA IN UN MONDO PARALLELO

Una sera di metà aprile nasce il tuo terzo figlio. Dopo un parto veloce pensi che tutto sarà facile, dopotutto sei al terzo figlio.

Lo chiami Vittorio, quasi come fosse un augurio per la vita. E’ un piccolo ranocchietto di 3,650 kg. Lui si attacca subito, questa volta non ci sono problemi con la placenta e non ti danno nemmeno un punto. La notte passa tranquilla, lui mangia ed è finalmente lì con te. Anche il giorno dopo tutto è a posto, tutto sembra essere perfetto e tu già sogni quando andrete a casa e sarete tutti e cinque insieme. Ma la sera passa il primario e lo vede un po’ giallino. Il giorno, i suoi valori di bilirubina nel sangue salgono un po’ e così ti portano via il tuo piccolo e lo mettono sotto una lampada blu per 36 ore. Tu piangi, perché sei lì da sola e ti senti inutile. Tu e il tiralatte in una stanza da sola, senza che nessuno possa venirti a trovare per colpa di questo brutto virus. Hai solo il sostegno delle ostetriche, che come sempre sono fondamentali. Nel pomeriggio ti addormenti e quando ti svegli è arrivata la montata lattea e fa male. Non ti resta che farti una doccia calda per alleviare la tensione al seno. Dopo un paio di giorni i valori migliorano e potete andare a casa con un appuntamento per un controllo il giorno dopo.

Il giorno dopo arriva e tu non sei per niente tranquilla, hai quella strana sensazione allo stomaco. Forse perché lo vedi più giallo dei giorni scorsi. Alle 15 in punto sei al nido dell’ospedale. Lo pesano, è calato di 25 grammi. Gli fanno il prelievo di sangue dal tallone e lo analizzano. Arriva il pediatra. Il valore è salito, tanto. Lo ripetono per sicurezza, ma il risultato è quello: 22. “Signora dobbiamo ricoverarvi perché il valore è molto alto ed è quasi pericoloso”. Le lacrime ti scendono sul viso, sulla mascherina che è diventata parte integrante dell’outfit giornaliero e un’altra volta ti senti impotente. Vi mettono in una camera e ricominciano la fototerapia. Verso le 20 arrivano due pediatri e un’infermiera. Il valore della bilirubina a livello capillare è molto alta, troppo alta: 27,8. È pericolosa. Devono trasferirlo in Terapia Intensiva Neonatale, un’ ambulanza verrà a prenderlo tra un’oretta. Ti crolla il mondo addosso. Ora bisogna organizzare tutto e tu non sai se sei abbastanza forte, non sai se riesci a reggere tutta questa pressione. Arriva l’ambulanza, una pediatra ti spiega cosa succederà. Purtroppo il valore è molto alto e se non scende sotto un certo livello entro quattro ore dovranno fare a tuo figlio l’exanguinotrasfusione, cioè il ricambio di sangue, perché se no diventerebbe pericoloso per il cervello. Ma loro sono fiduciosi del fatto che tutto andrà bene e basterà della fototerapia intensiva. Tu non puoi andare insieme a lui, ma ti danno un numero da chiamare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Alle 3.30 del mattino chiami, i valori sono scesi di 3 punti: il peggio è passato per il momento.

Il giorno dopo alle 10.40 sei già fuori dall’ospedale in coda ad aspettare il tuo turno per farti misurare la febbre per valutare se puoi o no essere uno a rischio Covid. Sali al quarto piano e aspetti l’inizio dell’orario di visita. Entri da quella porta: tante regole, tante stanze, tante incubatrici, tanti bimbi e tante mamme. Vieni catapultata in un mondo parallelo, il mondo della terapia intensiva neonatale.

Ogni bambino viene gestito da un’infermiera diversa che se ne prende cura con amore. Tuo figlio è in un angolo della terapia intensiva in un’incubatrice circondato da tre lampade. La vostra infermiera vi spiega che il valore è ancora sceso e che provano a togliergli una lampada, tu sei già felice. Ti spiegano come funziona, ti spiegano dove tirarti il latte e come funziona per la borsa frigo con i biberon da portarti a casa per poi riportarli il giorno dopo. Ti dicono che tuo figlio mangia circa 60 ml di latte a volta, quindi dovresti riempire i biberon con quella quantità. Ti dicono tante cose e tu hai la testa piena di nozioni e devi ricordarle tutte. Devono farti un esame del sangue per escludere un’incompatibilità tra il tuo sangue e il suo, il test di Coombs. Dopo un po’ vai via e torni nel pomeriggio, i valori sono scesi ulteriormente, gli tolgono un’altra lampada nella sera e ora mangia anche di più. Il test di Coombs è negativo.

Al mattino dopo torni, togli tutti gli anelli, posi la borsa, lavi e disinfetti bene le mani. Ti avvii per il corridoio ed entri nella stanza, dove trovi il tuo bimbo finalmente senza lampade e senza mascherina. Finalmente riesci a guardare tuo figlio negli occhi dopo più di 24 ore. Arriva la pediatra, la stessa che è venuta con l’ambulanza l’altra sera a prenderlo. Ha buone notizie: i valori sono scesi, tanto. Hanno tolto tutte le lampade, staccato la flebo e lui mangia come un vitellino. Alle 18 ripeteranno il prelievo e se non è risalito non dovrà più fare fototerapia. Loro sono fiduciosi, gli esami sono tutti a posto. E allora tu lì sprizzi gioia da tutti i pori. Non vedi l’ora di prenderlo in braccio ed allattarlo. Ma per il momento devi accontentarti. E così al terzo figlio impari a cambiare un pannolino attraverso i buchi dell’incubatrice e a dare il biberon che non hai mai dato agli altri due. Ma tu sai che presto potrai riavere in braccio il tuo bambino.

Alle 17.45 sei già in ospedale per arrivare prima che gli facciano l’esame. Entri e la sua infermiera è già lì che preleva e tu pensi “bene, sapremo prima il risultato”. Sono i minuti più lunghi della tua vita e le infermiere lo capiscono perché cercano di distrarti parlando di neve e pioggia. Ma quel lungo foglio con il risultato esce dalla macchinetta quasi fosse uno scontrino di una lunga spesa e l’infermiera lo porta a vedere alla dottoressa. Il risultato è buonissimo. Ottime notizie, “se di domani mattina non sale ulteriormente andate a casa”. E poi vedi arrivare una culletta, il che significa che lo tirano fuori dall’incubatrice, da quella maledetta scatola che vi tiene divisi. Ma poi la cosa più bella “mamma, cambialo pure così poi proviamo ad attaccarlo” e tutto sembra un sogno e invece è realtà. E allora tu cambi quel pannolino e non c’è niente di più bello al mondo e gli metti un body e una tutina che ti danno loro. Dopo 10 minuti ti siedi e ti danno in braccio quel piccolo frugoletto che con voracità si attacca subito al tuo seno e si mette a mangiare come se non foste stati divisi neanche un attimo. E tu che avevi paura che non si sarebbe più attaccato! Le lacrime iniziano a scendere, ma finalmente ora quelle lacrime sono di gioia. È un’emozione, grande e pura. Lui mangia bene, da entrambe le parti e la doppia pesata conferma che ha preso ben 75 grammi dopo la poppata. Ora è difficile lasciarlo, ma tu sai che domani lui sarà lì e molto probabilmente andrete a casa insieme. Rimanete d’accordo con medici e infermieri che chiamerai l’indomani prima di venire in ospedale per avere la conferma delle dimissioni per poter portare il cambio e l’ovetto. Vai a casa in modo diverso, sei felice ed euforica.

Quella notte dormi come non dormivi da settimane, prima per la gravidanza poi per l’ansia. Ti svegli alle 4 perchè il seno inizia a far male e devi tirarti il latte.

Al mattino ti svegli e tutta la tensione accumulata si fa sentire, solo che si fa sentire nel peggiore dei modi: tramite le tue ossa malate a causa dell’artrite. Fatichi a stringere le cose in mano, fatichi a camminare e la schiena non sai più di chi è. L’euforia è troppa, ma non riesci a manifestarla. Anche se un pochino di ansia rimane perchè hai paura di chiamare e sapere come è andato l’ultimo prelievo della mattina. Ma alle 10.30 la risposta al telefono è quella che volevi “oggi per le 15 vi dimettiamo”. Butti giù del paracetamolo e cerchi di recuperare le forze. Chiami tuo marito che viene a prendervi e finalmente potete andare a casa tutti e cinque insieme.

Avete un appuntamento per due giorni dopo all’ospedale dove hai partorito per un controllo.

In quella terapia intensiva tuo figlio era quello che stava meglio di tutti. Ci sono bambini e mamme che sono lì da mesi. Ci sono bimbi il cui gemello è già a casa e loro invece ancora sono lì da soli. Ci sono mamme che non sono ancora riuscite a prendere il loro bimbo in braccio e non sanno quando lo faranno. Ci sono mamme che non sanno quando potranno andare a casa. Ci sono papà che non hanno mai visto i loro bimbi e li vedono solo attraverso lo schermo del telefono e possono solo chiamare per sapere come stanno. Ci sono tante paure e tante speranze. Ci sono tanti ricoveri tutti i giorni. Ma ci sono anche tante dimissioni. Ci sono delle infermiere che mettono cuore e anima per quei bimbi. Ci sono medici che rispondono ad ogni domanda, anche la più stupida, dei genitori. Rispondono al telefono a qualsiasi ora del giorno e della notte e sono sempre gentili e preparate. Ci sono parole di conforto. Ci sono sorrisi sotto le mascherine.

Il primo controllo è andato, anche se l’ansia era tanta. Il valore della bilirubina è di nuovo leggermente salito, ma niente di preoccupante per ora. In compenso Vittorio ha preso ben 180 grammi in 48 ore, segno che mangia come un vitellino e che il latte di mamma sta facendo un ottimo lavoro. Tra due giorni ci aspetta un altro controllo, ma affronteremo ancora una volta tutto insieme.

Questa esperienza è stata forte e mi ha portata a sorpassare un limite che non sapevo di avere. Tolto la prima sera, dove i pianti e la disperazione hanno preso il sopravvento su di me, nei giorni a seguire ho saputo affrontare la situazione con molta più forza di quella che pensavo di avere.

E ancora una volta penso che questo figlio che non era programmato ora, è arrivato per insegnarmi qualcosa.

Grazie piccolo mio.

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